CON POCO E GNIENTE!

Negli ultimi giorni ho trovato molto difficile pensare ad un argomento o una ricetta di cui parlare, perché quando i fondi scarseggiano ne pagano le conseguenze anche frigo e dispensa.

Sono dunque dell’idea che l’argomento sia proprio questo. La maggior parte dei ragazzi che conosco faticano a trovare qualcosa da cucinare che non impieghi troppo tempo o troppo denaro.

Escludendo l’ignoranza per eccellenza del fuori sede, ovvero la pasta al tonno, ci sono delle valide alternative che permettono di restare nel budget e nei tempi della vita frenetica di un fuorisede. Ad esempio, la pasta al sugo si trova all’apice, al fianco di quella al tonno. Chiunque dica di non avere tempo in realtà ce l’ha, quello di cottura della pasta. Mettendo infatti a soffriggere cipolla e aglio (con poco olio, e potete anche comprarli surgelati per risparmiare ulteriormente) subito prima di mettere a bollire la pasta, il sugo sarà pronto assieme ad essa e non vi resterà che metterli insieme. Se siete previdenti, preparatene un po’ di più e tenetelo da parte, in frigo può conservarsi fino ad una settimana, altrimenti la vostra porzione sarà abbastanza.

Poi abbiamo il brodo, per gli amanti di qualcosa che ti riscaldi d’inverno (o faccia addirittura sudare) e ti tolga poco tempo. Comprate il brodo granulare, invece che il dado, costa meno. Ci mettete a bollire dentro la pasta, e il gioco è fatto!

Saltando in un filo d’olio e un po’ d’aglio dei piselli precotti nel frattempo che cuoce la pasta, il risultato non sarà “come quello della nonna”, ma almeno vi permetterà di variare la vostra alimentazione!

E per finire un po’ di pasta al parmigiano! Sembrerà semplice e scontata, ma basta aggiungere un filo di acqua di cottura, mantecando in pentola, per ottenere un’ottima cremina che vi farà venire voglia di un bis! (Ma è meglio di no, che il parmigiano sta caro.)

E siamo solo ai “Primi”!

Buon appetito, per ora, e buona IgNURIanza a tutti!

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IL VERO “ALL YOU CAN EAT” È A CASA DI NONNA

Da qualche anno è scoppiata la moda del ristorante All You Can Eat. Che si tratti di una cucina orientale, come giapponese o cinese, di una trattoria dalla cucina tipica locale, o di una pizzeria, sarà comunque più difficile trovare una persona che non ci abbia mai mangiato che il contrario.
Ci hanno voluto abituare gradualmente a questa concezione del: tutto incluso, mangia quello che vuoi, paghi solo da bere. Partendo dai famosi “Happy Hour”, limitati alla domenica pomeriggio di molti bar al Nord, più utili a stare in compagnia bevendo Spritz quando non sai che altro fare, quest’usanza si è dilagata in tutta Italia e a tutti i giorni, per poi essere spiazzata dai primi ristoranti di cucina giapponese accessibili anche ai comuni mortali che non hanno la possibilità di vendersi un rene ogni volta che vorrebbero mangiare abbastanza sushi da non tornare a stomaco vuoto a casa.
Con o senza nastro, a trasportare maestoso nigiri, sashimi e california rolls, con un servizio più o meno attento all’effettivo spreco di cibo che ci potresti sfamare tutto il terzo mondo, questi ristoranti sono un’attrattiva per chi vuole mangiare tanto, spendendo poco. Ma da dove avranno preso quest’idea, secondo voi?

Qualunque nonna che si rispetti, nel preparare il pranzo per un’occasione o per una semplice domenica in famiglia, imbastisce “All You Can Eat” che metterebbero KO il mangiatore più vorace.
Iniziamo con qualcosa per stuzzicare, mentre la pasta “riposa” in forno, o sta finendo la sua cottura. Il tutto in totale stile “Happy Hour”, perché se si chiacchiera in piedi è pure meglio. Poi l’audace di turno, che potrebbe essere il nonno a capotavola come lo zio che già non sopporta più quel parlare incessante, si arma di apribottiglie e stappa il vino, o le birre, de gustibus. Tutti ad assaggiare felici, mentre la nonna inizia a portare i piatti in tavola: lasagna al forno ancora fumante, cannelloni, tagliatelle al ragù o salsiccia e funghi, o tutto insieme in un’amalgama perfetta anche quando i sapori sembrano fare a pugni nella tua bocca. Qualcuno chiede il bis, e nonna è subito pronta a ricaricare il piatto, perché agli affamati ci aveva già pensato mentre cucinava, altri racimolano fette di pane qua e là per fare scarpetta, altri ancora si accasciano, satolli, e di nascosto sbottonano i pantaloni.
I bambini corrono per la stanza, già stanchi di abbuffarsi, e gli adulti invidiano quell’energia, accompagnando con il vino.
“AIUTO, ABBIAMO PERSO LA NONNA!” Tutti preoccupati e rassegnati, perché non c’è nemmeno bisogno di immaginare dove sia. Ovviamente spunta dalla cucina con tutti i contorni, divisi in bellissime ciotole acquistate con la raccolta punti della Kinder. Possiamo distinguere i funghi e i carciofi sott’olio, le patatine fritte che riportano a sedere anche i bambini, i peperoni che vorrei ma non posso se ho intenzione di arrivare a domani mattina, le melanzane all’aglio che se vuoi ancora un bacio dopo ti conviene evitare ma proprio non ci riesci, altro pane, tanto pane, decisamente troppo pane. Nonna, ammettilo, ma hai una quota societaria del forno dietro casa?
Quando finalmente non c’è più spazio per nulla, e l’ossessivo-compulsivo tenta di sistemare e mettere ordine, arrivano a tavola anche le cotolette, o fettine panate, o roast beef, o qualunque proteina degna di nota, perché il pasto deve essere ben bilanciato, e nonna lo sa. Non puoi non mangiare niente, non puoi essere troppo pieno, perché la sua voce risuona per tutti: “Quello non lo prendi?”, “Assaggia la carne.”, “Le patatine le ho fatte per te.”, “Ma a te i funghi non piacevano?”. Sì, nonna, mi piacciono, ma non riesco a respirare in maniera profonda perché non ho spazio neanche per l’aria, aiuto.

Momento di pausa, lo stesso ossessivo-compulsivo di prima sparecchia la tavola, anche i bambini escono a fumare una sigaretta per stimolare la digestione, e quando finalmente sembra non esserci più cibo in giro arriva in tavola una quantità di frutta che “Boqueria” levati, e una pirofila di dolci che addirittura un bodybuilder farebbe fatica a trasportare.
Qualcuno chiede un caffè, altri chiedono pietà, e a pasto finito non dovrete neanche pagare per gli avanzi nel piatto, ANZI dovrete portarli a casa, è quella la multa.
Rotolando, rotolando, capirete il vero significato di All You Can Eat, o forse dovrei dire All You MUST Eat.
Ma questa volta ne vale la pena, per davvero.

VIVA LE COZZE! (Pranzo a base di cozze)

Ho sempre pensato che nella frase “Salentu, lu sule, lu mare e lu ientu” mancasse qualcosa, finché non ho realizzato cosa NON mancasse nel Salento, soprattutto nella stagione estiva: ricci e cozze.
Che si tratti di andare nella pescheria più vicina, nella migliore o di armarsi di coltellino e maschera e mettersi al lavoro personalmente per reperirli, un salentino medio mangerebbe ricci e cozze ogni giorno, in tutte le salse.

Io ho avuto la fortuna di un nonno con la passione per la pesca e una barca, che, nei giorni in cui la tramontana dava tregua, portava la famiglia a fare un giro, approfittandone per procacciarsi il pranzo, o la cena.
Di ritorno da quelle gite fuori porta, mi sedevo di fianco a lui e ammiravo la semplicità con cui faceva cernita delle cozze buone da quelle da buttare, e di come bastasse qualche goccia di limone per renderle già speciali.
Quelle che non finivano nello mio stomaco o in quello di mio nonno, venivano prese in custodia da mia nonna che ci basava tutte le portate, a esclusione del dolce (solo perché non bastavano).
Un esempio del “menù” che ci veniva presentato prevedeva delle cozze al gratin come antipasto, a seguire pasta con le cozze e per concludere in bellezza pepata di cozze.

Questi ricordi mi accompagneranno per sempre, nonostante le mie versioni di queste ricette siano ben diverse da quelle di mia nonna, non rifiuterei di riassaporare il tutto neanche dovessi diventare allergico alle cozze stesse.

E MO SE MAGNA!

COZZE AL GRATIN

INGREDIENTI:

  • 1 kg di cozze, pulite;
  • 2 spicchi d’aglio, privati dell’anima;
  • 50 gr di prezzemolo fresco;
  • 200 gr di pangrattato;
  • 20 gr di parmigiano grattugiato;
  • 40 ml d’olio extravergine d’olio;
  • Sale q.b.;
  • Pepe q.b..

PROCEDIMENTO:

Preriscaldare il forno, statico, a 160°.

In un mixer, aggiungere l’aglio, il prezzemolo, il pangrattato, il parmigiano, l’olio, il sale e il pepe e frullare fino ad ottenere un composto omogeneo.

Aprire le cozze, rimuovendo solo metà guscio, e riempire con il composto ottenuto, con l’aiuto di un cucchiaino.

Infornare per 15-20 minuti, fino ad ottenere una leggera doratura.

Servire con del limone.

 

PASTA CON LE COZZE

INGREDIENTI:

  • 500 gr di linguine, spaghetti alla chitarra o spaghetti nr.8;
  • 300 gr di cozze , pulite e sgusciate;
  • 30 ml d’olio extravergine d’oliva;
  • 1 spicchio d’aglio, privato dell’anima;
  • 30 gr di prezzemolo tritato;
  • 100 gr di pomodori ciliegini;
  • Pepe bianco q.b.;
  • Sale q.b.;
  • Dragoncello q.b.;
  • Vino bianco, per sfumare;
  • Preservare un bicchiere di acqua di cottura.

PROCEDIMENTO:

In una pentola, portare a ebollizione dell’acqua salata e cuocere la pasta.

In una padella, soffriggere l’aglio, con il dragoncello e il pepe bianco. Aggiungere le cozze sgusciate, i pomodorini tagliati in 4, metà del prezzemolo tritato, il sale e cuocere per 4/5 minuti. Rimuovere lo spicchio d’aglio, sfumare con il vino e aggiungere 2/3 dell’acqua di cottura.

Scolare la pasta al dente e saltarla in padella, aggiungendo la restante parte dell’acqua di cottura, continuando a mescolare per un paio di minuti fino al completo assorbimento dell’acqua.

Servire con la restante parte del prezzemolo.

 

PEPATA DI COZZE

INGREDIENTI:

  • 1,5 kg di cozze fresche;
  • 500 ml dell’acqua in cui sono state conservate le cozze;
  • 60 ml d’olio extravergine d’oliva;
  • 1 cucchiaino di olio piccante / 1/2 peperoncino tritato / Pepe nero q.b.;
  • Sale q.b.;
  • 1 spicchio d’aglio.
  • 20 gr di prezzemolo tritato.
  • 3 fette di pane fritto per porzione (opzionale).

PROCEDIMENTO:

In una padella sufficientemente grande, soffriggere l’aglio e il peperoncino o pepe nero nell’olio d’oliva. Aggiungere le cozze, saltare per un paio di minuti e aggiungere anche l’acqua. Coprire con un coperchio e cuocere fino alla completa apertura di tutte le cozze.

Servire con abbondante brodo, una spolverata di prezzemolo e il pane fritto.

 

Spero sia tutto di vostro gradimento, provate questo menù e fatemi sapere! Su richiesta anche le versioni di mia nonna. Buon appetito!!!

PARLANDO DI IGNORANZA…

Tra le informazioni generali del mio blog ho già precisato la mia concezione di ignoranza. Per chi non avesse avuto modo, tempo o voglia di leggerla, ripeto che è un’accezione positiva del termine, rappresenta la leggerezza che diamo alla vita: so che si dovrebbe fare così, ma preferisco ignorare e fare come viene.

Nel paese da cui provengo regnano entrambe le accezioni di ignoranza, ma tralasciando quella negativa, prendo il buono e lo porto qui.
Parliamo di un piccolo paesino del Sud, dove anche se gli analfabeti sulla carta rappresentano il 2% della popolazione, del restante 98% comunque il 70% non fa bella figura.
Buona parte delle persone, infatti, si basano su delle leggende metropolitane, sulla loro esperienza personale o su quello che hanno sentito dire da quel loro amico “che sa”, ma non sa niente.
Addirittura le ricette che ti tramandano sono spesso riconducibili a: una manciata di questo, un po’ di quello, per la farina “vai a occhio”, ma quale occhio? Tradurre in termini di quantità non è per niente facile, e spesso non ottieni il risultato sperato perché certe cose non vanno tradotte, o non vengono bene.

Potrebbe essere questo il motivo per cui le diete da noi funzionano meno che al Nord, devi iniziare a concepire delle porzioni che spesso da piccolo non ti insegnano. Innanzitutto, prima di iniziare una dieta, bisognerebbe togliersi il vizio di “spilucchiare” qua e la, ovvero assaggiare infime quantità di cibo, che messe insieme a fine giornata valgono quanto un intero tacchino del Ringraziamento.
Poi si dovrebbero ridurre i grassi, che si parli di burro, olio d’oliva o dei vari oli di semi, e le mie nonne non sarebbero d’accordo, perché si dovrebbe mangiare saporito. Con saporito si intende un filo d’olio, che diventa piano piano un dito, che aspetta ne aggiungo un pochino ancora e ci potresti friggere 13 porzioni di patatine del Mc Donald’s insieme.
Se siete riusciti nei primi due punti, vi resta il mantenere questo stile di vita per più di due settimane, sapendo che in due settimane almeno una volta sarete invitati a pranzo, o a cena, o per un aperitivo, o una grigliata, o una pizza il sabato sera, perché TUTTI sanno che siete a dieta, e vogliono rendervi la vita difficile portandovi a dover dire di no a tutto quel ben di Dio. Impossibile dire di no a pranzi o cene con i nonni, impossibile anche convincerli a preparare qualcosa di leggero, impossibile farsi mettere nel piatto una mezza porzione, impossibile la dieta insomma. Siete fregati.
Aggiungeteci che non servono necessariamente festività per mangiare come a Natale o a Capodanno, e che quando si cucina per stare tutti insieme dovete basarvi sulla fantastica equazione: [(Persone invitate+persone che le accompagnano+persone che potrebbero aggiungersi all’ultimo minuto) x 2] + poco poco altro che al massimo lo riscaldiamo domani.

Forse il vero motivo per cui le diete al Sud funzionano di meno è che viviamo di più in compagnia, e quando siamo in compagnia non possiamo non mangiare qualcosa insieme. Tutto è condiviso, perché se dividiamo qualcosa è come se stessimo provando le stesse sensazioni, e possiamo capirci meglio, entrare in contatto.
Vale dunque la pena mettersi a dieta, rinunciare a pranzi e cene, aperitivi e colazioni al bar, al mezzo rustico delle 10 di mattina la domenica, per perdere qualche chilo? Più che il peso, perdi la possibilità di stare in compagnia, di condividere il momento, di condividere i sapori, di tornare a casa sazio, ma non sazio nello stomaco, sazio nell’anima (va bene, anche nello stomaco), e comunque leggero.

Viva l’ignoranza. Viva la compagnia. Viva la vita.

 

 

 

 

LODE INFINITA ALLA “SCARPETTA”

Ho molti ricordi della mia infanzia, in particolar modo legati alla cucina. Mia madre era una casalinga quando io e mio fratello eravamo piccoli, quindi era lei ad occuparsi delle faccende domestiche, soprattutto della cucina. Sua madre, a sua volta, aveva dedicato la sua vita alla famiglia, e alla sua nutrizione. Pur arrivando dalla Croazia, conosce alla perfezione tutti i piatti tipici della cucina Salentina, e vi assicuro che i suoi “Ciceri e Tria” non sono facilmente replicabili. L’altra mia nonna, la madre di mio padre, è in grado di rendere il piatto più semplice in un capolavoro, la pasta al sugo. I suoi pranzi domenicali erano i classici descritti da libri e film, rappresentati a dovere anche da come ci vedono gli stranieri, di conseguenza ti facevano sentire a casa.

Mio padre, invece, sta alla cucina come un allevamento di ragni sta ad una centrale nucleare. Questo passaggio è importante, perché se grazie alle donne della mia famiglia ho imparato a cucinare e a scoprire i sapori, grazie agli uomini, mio padre, come suo padre, ho imparato a mangiare.
Sembra una cosa logica e scontata, dacché riesci a portare il cibo alla bocca, senza farlo cadere, lo mastichi e lo ingoi allora stai mangiando, ma non è così. Mangiare è un’arte, assaporare, associare, amalgamare qualcosa in bocca, trovare le giuste combinazioni, le giuste porzioni, dare importanza a quello che hai nel piatto, dare gratificazione a chi ha passato del tempo a cucinare per te.

Entrambi si può dire siano buone forchette, ma mio padre in particolare fa una cosa che a me piace così tanto che ho preso come abitudine: ripulire il piatto. Se c’è del pane a tavola, allora il piatto deve essere portato via pulito. Non importa infatti che io abbia mangiato della pasta al sugo, della parmigiana di melanzane, la salsiccia con le patate o delle costine di maiale, avendo del pane davanti agli occhi una sola voce riecheggerebbe nella mia testa: “SCARPETTA. SCARPETTA!”
Credo sia una gratificazione anche per il commensale, oltre che per il cuoco. Riesci a portare ancora un po’ di quei sapori che hanno reso buono il piatto, accompagnato dalla base perfetta che da il pane, magari da una bella fetta spessa di Puccia di San Donato, concludendo con classe la portata.

Un altro classico, immancabile nella vita di una persona, è svegliarsi la domenica “mattina”, circa a mezzogiorno, senza pensieri o impegni, senza che sia una suoneria squillante ad interrompere il nostro sonno, semplicemente sei “binchiato“, e trovare il pentolone di ragù lasciato a riposare per essere a breve invaso dalle tagliatelle. Girando per la cucina sai che troverai del pane, qualunque pezzo di pane, anche del giorno prima, purché non sia pane in cassetta. Anche una frisa abbastanza “sponzata” può dare soddisfazione. Trovato l’occorrente necessario, fai ritorno al magico pentolone e anneghi addirittura mezzo dito nella salsa, perché “se non ti lecchi le dita, godi solo a metà”, e VOILÀ! SERVITA LA COLAZIONE DEI CAMPIONI! 

Poi ti fai il caffè, che il Quarta si sposa benissimo al ragù.

CHE COS’È LA CUCINA PER ME?

Immaginate un giorno di festa, qualunque festa. Pranzo dalla nonna all’una, mi raccomando a non fare tardi. Vi ci presentate alle 11.30, mentre lei ancora prepara primi, secondi, contorni e taglia pane, formaggio e salamino per stuzzicare.
Voi però prendete un cucchiaino per assaggiare la besciamella calda, che presto diventerà il ripieno dei cannelloni, e giacché vi informate con le vostre papille gustative sulla sapidità del ragù fumante. Quello va preso RIGOROSAMENTE con il pane, che il sapore metallico del cucchiaino lo rovina. (Lode infinita alla “scarpetta“, che rende inutili posate e lavastoviglie nel Salento dal 1843)
Subito dopo la nonna inizierà a scolare e salare le patatine, e il bambino di 6 anni che è ancora in voi aspetterà che si giri per rubarne una e ustionare velocemente il palato per non essere beccati.

A questo punto siete cacciatori voraci, il cui stomaco ha le dimensioni del Grand Canyon appena colpito da un meteorite. Cercate nel microonde e ci trovate delle “paparine” che riaccendono qualcosa di ormai spento da tempo. Ritornateci dopo aver preso il pane e, loscamente, mettete tutto in bocca, tanto vi scolerete addosso il loro sughetto in ogni caso.
Forse è arrivato il momento del salamino, ma i cannelloni sono in forno, e vostra nonna vi conosce, quindi vi da in dono il vero Graal, la pentola degli avanzi di besciamella da ripulire a ditate.
Tra una chiacchiera e l’altra per non essere beccati avete raggiunto l’apporto calorico giornaliero di un nuotatore agonistico in massa, e “si è fatta l’ora” per mettersi a tavola. Tu credi di essere pieno, e devi fingere per non destare sospetti, ma quando, guardando il piatto, non riuscirai a distinguere se i cannelloni sono 3 o 4, spererai sempre che siano 4.
L’assaggio è importante, ma la convivialità della famiglia a tavola lo è di più. Infatti mangi anche secondo, contorni, tanta frutta da stare apposto con le vitamine per un anno, dolce, caffè e Brioschi endovena.

Cos’è dunque la cucina, se non preparare quantità indefinite di cibo per le persone che ami, o far innamorare delle cose che cucini le persone che le mangiano, perché nel cucinarle ci hai messo il cuore, come fa la nonna. Perché servire del cibo è come sventolare bandiera bianca in qualunque guerra, fermarsi, e condividere un momento buono, sperando che buono sia anche quello che hai nel piatto.